ATTO SOSTANZIALE DI ACCUSA
nei Confronti dei Perenni Detentori
di Pubblici Impieghi, Poteri e Redditi



Pregiatissima Istituzione.

Sono qui a presentare un atto di accusa verso coloro che, al fine di detenere indefinitamente un pubblico impiego, potere e reddito, dunque affetti da grave conflitto di interessi, mai hanno permesso l'effettiva evoluzione dell'ordinamento italiano dallo stato d'origine pre-democratica ad uno realmente repubblicano.

Questa inadempienza nell'edificazione di una vera Repubblica, conservando la centralità esclusiva di una minoranza, quindi osservante la volontà di pochi invece di aprirla al contributo di molti, ha mantenuto l'Italia in una condizione di inadeguatezza, lasciandola incapace di gestire correttamente le situazioni.


ESPOSIZIONE DI FATTI ED ARGOMENTAZIONI

Dopo la seconda guerra mondiale, caduta la tirannide e dichiarata la Repubblica, la sovranità passò dal re al popolo. Ma cambiò la forma, non la sostanza. Enti ed Istituzioni avrebbero dovuto essere liberati della figura del perenne detentore d'un impiego e potere pubblico e venire invece ripensati conformi al solidale partecipativo principio repubblicano: funzioni d'interesse collettivo affidate pro tempore, così che molti cittadini potessero fornire un contributo alla vita pubblica del loro Paese. Ma enti ed uffici, impieghi e poteri, nonché redditi, pubblici furono mantenuti estranei a quel principio che doveva superare il passato.

Senza errare, si può affermare che democrazia è quell'ordine societario in cui il popolo si erge a sovrano ed istituisce la propria res publica: una comproprietà nazionale costituita da codici, enti ed istituzioni, da beni, proprietà e risorse, da impieghi, poteri e redditi. Un patrimonio comune culturale, economico ed esperienziale da curare solidalmente e godere paritariamente. In contemporanea, quando possibile, o con un regolare susseguirsi pro tempore di cittadini competenti e preparati. Così il popolo mantiene la sovranità sul suo fondamentale bene comune. Democrazia non consiste nel voto. Questo consegue dal suo vero fondamento che è la temporaneità del potere. Quando questo viene restituito al popolo, possono esserci nuove elezioni.

Repubblica e democrazia sono parole legate indissolubilmente, l'una presuppone l'altra. Repubblica esprime l'oggetto: la cosa pubblica. Democrazia il processo: la temporaneità della fruizione della res publica. Non erano voci opinabili, designavano una organizzazione prevedibile e strutturabile con precisione. Poteva una formalità procedurale impedire di giungere ad una chiara e precisa, non solo descrittiva ma funzionale ed operativa interpretazione delle due parole più nominate ma mai onorate nell'arco di otto decenni? Potevano questi due concetti basilari, che decidevano il nostro vivere quotidiano e destino, essere lasciati oscuri?


Coloro che per primi detennero impieghi, poteri e redditi pubblici, e quelli che seguirono nei successivi decenni, avrebbero dovuto porre gli italiani di fronte al fatto acclarato: Repubblica non è assenza di un monarca ma di qualsiasi figura pretenda di rivestire un ruolo pubblico senza limite di tempo. Gli italiani dovevano essere informati sul carattere di comproprietà della cosa pubblica e doveva essere espressamente rivelata loro la differenza tra il conservare l'uso anti-democratico dell'assunzione a vita ed il diffuso partecipare alla vita pubblica del Paese, praticando impieghi pubblici temporanei con ordine e competenza.

Come poteva il perenne mantenimento di un impiego, ruolo e reddito pubblico, da parte di alcuni, assicurare ai cittadini coevi una giusta paritarietà d'accesso? Lo stesso non si doveva dire riguardo ai politici che passavano la vita a saltare da un trono all'altro? Il sorgere della Repubblica non avrebbe dovuto condurre coloro che sempre si sono presentati come esperti e saggi a chiarire innanzitutto questi decisivi aspetti? Un nucleo chiuso, posseduto da assunti a tempo indeterminato e politici continuamente rieletti, è un corpo estraneo al resto della cellula, che verrà considerata solo secondariamente rispetto ai voleri del primo.


È la Storia a dirci come fu possibile avviare l'Italia ad essere quella pena quotidianamente visibile agli occhi di tutti. I lavori di preparazione all'Assemblea Costituente ebbero come protagonisti soprattutto dei soggetti, professori e giuristi, provenienti dallo stato autoritario appena caduto. Ed in seguito i padri costituenti, tra i quali i burocrati non mancarono, difficilmente poterono sottrarsi alla loro influenza. A ciò si aggiunse il conflitto d'interessi: chi scrisse le regole del potere non poté non aspirare a durare.

Le generazioni statali successive avrebbero dovuto e potuto rimediare. Ma l'opportunistico attaccamento al posto fisso di ognuno di loro ha silenziato ogni coscienza, anche la più stimata. Così la tanto declamata partecipazione democratica s'è trovata ridotta ad un conflittuale voto per determinare ognuno il proprio raccomandatario, avendo sempre davanti una insuperabile muraglia di perenni detentori di impieghi, poteri e naturalmente redditi pubblici, indisponibili a restituirli al popolo sovrano. Avendo sempre altro da fare.

Continue emergenze a celare l'urgenza che, soddisfatta, ogni problema avrebbe dissolto. Diritti divisivi a nascondere l'unico che tutti avrebbe unito ed ognuno avrebbe soddisfatto. Una separatrice trasparenza ad impedire il periodico rinnovo, una vitale osmosi nelle Istituzioni. Un silente associazionismo complice ad assorbire e bloccare la partecipazione in una centralità che avrebbe dovuto invece essere aperta, pubblica. Praticando un coinvolgimento politico tirato sempre più con elargizioni di favori e pure di denaro pubblico a pioggia. Tutto purché si rimanesse fuori della paritarietà. Tutto purché non sorgesse la vera Repubblica.


Tanto i burocrati quanto i politici, per ottant'anni hanno avuto, di fatto, uno stesso intento, un comune MOVENTE: il mantenimento di un ordine che assicurasse loro permanenza stabile ed indiscutibile. Non mancava l'OPPORTUNITÀ: assunti a vita nel pubblico impiego e politici ambiziosi di continua ricollocazione, hanno goduto di ogni potere, educativo ed informativo, legislativo e fiscale, giuridico e repressivo. E così hanno potuto applicare il METODO: il mantenimento di una cultura arretrata, la continua celebrazione di un passato  acritico e l'impedimento dell'evoluzione. Generazione dopo generazione, burocrati e politici hanno cambiato quanto bastava per non cambiare ciò che contava, mantenendo il Paese pietrificato nella sua forma iniziale.


E così l'Italia si trova tuttora afflitta da una "repubblica" all'italiana, dove in molti scema la fiducia nella "democrazia" ed invece di avanzare si arretra. Ma ora giungono giorni importanti. È evidente che ciò che qui si espone non è mero parere ma poggia su fatti accertabili: che gli impieghi pubblici siano rimasti di regola a vita; che i politici saltino di carica in carica, di assise in assise, di ente in ente, senza mai lasciare la res publica, occupandone sempre un posto, dunque non disponibile ad altri; che il principio del pro tempore non sia mai divenuto principio generale; che la partecipazione sia rimasta una chimera. E sono gli stessi ultimi trent'anni di chi qui scrive a dimostrare d'altro canto che, esistendo un lavoro da fare decisivo per il Paese ed ogni cittadino, tanto da essere stabilito fin dall'Art. 3 della Costituzione, questo lavoro poteva essere compiuto. Se lo scrivente, privo di titoli e risorse istituzionali, ha potuto concepire strumenti come l'Indicatore Unico di Democrazia (1) e l'annesso Indice di Armonia Sociale (2), la Banca dei Pubblici Impieghi (3), fondamentale organo redistributivo della Res Publica, ed il Brevetto delle Innovazioni Societarie (4), sistema di incentivi che muove ognuno a cercare il giusto e l'opportuno, perché questi non sono emersi ad opera di qualcuno tra gli autorevoli assunti a vita ed i perenni posti in carica?

Anche solo per semplice umana curiosità, se non per dovere di scienziati, come si potevano lasciare prive di sostanza parole così evocatrici come repubblica e democrazia? Al di là di un già lodevole intento portatore di equità e giustizia, esse provengono dall'eterno tentativo dell'uomo di trovare il modo migliore per unire l'interesse individuale a quello collettivo, così da permettere ad entrambi, singolo e società, di vivere e prosperare. E come si poteva riuscire in questo senza un flusso continuo di alimentazione del suo centro più nevralgico, ché tutto gestisce, con un ricambio di persone, dunque di idee, percezioni e sensibilità? Se un ammasso di persone sottomesse ad un tiranno supremo e/o a tiranni minori non potrà mai esperire appieno la vita, perché sempre richiamato all'ordine e volere di una minoranza, e sia l'individuo che la collettività ne soffriranno, una Società propriamente detta, comunemente concepita e consapevolmente vissuta, nella quale ognuno ha modo di riferire agli altri ciò che vede così che in accordo si giunga a decidere, non vedrà persa un'opportunità e saprà evitare i problemi prima ancora che nascano. La funzionalità è connessa alla libertà.

E la libertà viene dal coinvolgimento.


IL TEMPO DELLA REPUBBLICA DI SENSO COMPIUTO

L'unico limite esplicito ed assoluto posto nella Costituzione riguardo la sua revisione è proprio la forma repubblicana. Come avete potuto, voi che dovevate, non cercare, studiare e sviluppare questa forma suprema?

Com'è possibile che la regola del pro tempore non sia stata considerata fondamentale variabile democratica?

Ora tutti voi, circondati come siete dalle evidenze, vi arrendete alla realtà delle cose e vi inchinate di fronte all'impegno di dare all'Italia una Repubblica di senso compiuto entro il limite massimo di tre anni.

Alla Festa della Repubblica da qui a tre anni, l'Italia deve averla per davvero, non più solo una promessa.

Ora si procede spediti: https://Adempiere.hyperlinker.org


Pregiatissima Istituzione, coi miei più leali, osservanti e rispettosi riguardi,

Danilo D'Antonio
Laboratorio Eudemonia
Val Vibrata, Teramo

mail: [email protected]
|sms: 339 5014947


1. L'Indicatore Unico di Democrazia rileva il numero dei ruoli pubblici, mansionali e decisionali, che vengono regolarmente restituiti al sovrano: il popolo. Oltre a fornire un dato quantitativo, identificando i ruoli mancanti alla regola democratica, contestualmente fornisce la qualità della democrazia da realizzare.

2. L'Indice di Armonia Sociale riporta il numero di persone distinte susseguitesi nei ruoli pubblici tutti,  mansionali e decisionali, nell’arco di una generazione. Una società tende all’armonia quando molti cittadini si susseguono nella gestione della cosa comune. La fissità genera incomprensione, il movimento concordia.

3. La Banca dei Pubblici Impieghi è l'organo che permette e regola un continuo processo di osmosi sociale. Chi desidera vi si iscrive, si presenta, la piattaforma risponde con una rosa di possibilità di impiego (od anche di posizioni legislative), il cittadino si prenota, consapevole della durata e scadenza del mandato.

4. Il Brevetto delle Innovazioni Societarie colma una lacuna che ha portato alla rovina il genere umano. Il progresso tecnologico è avanzato rapido grazie alla garanzia di un premio conseguente all'utilizzo di una invenzione. Il progresso umano è invece rimasto bloccato: perché non vi è premio, ma perfino punizione, per chi osa avanzare. Chi si insedia nella res publica, a posto fisso e stipendio assicurato, non ha interesse a far progredire la società, l'umanità, anzi il contrario. Ora invece si cambia: gli innovatori sociali, che offrono un sistema operativo societario più evoluto, sono strapagati al pari dei tecnologici. L'uomo avanza.


Internet - 26/09/57 EarthCal.date




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